LO STRUMENTO MUSICALE DURANTE L’ADOLESCENZA

6900133336_089994b41a_zChe cos’è lo strumento musicale per un adolescente musicista?

Ricordo ancora la prima arpa che ho avuto in casa. Divenne subito un oggetto sacro per me, da curare e tenere con rispetto. Ero molto piccola ma già capivo l’importanza di quello strumento: era grazie a lui che potevo suonare ciò che mi piaceva, grazie a lui che diventavo matta su alcuni brani e mi divertivo da morire con altri.
Questo bellissimo strumento mi trattava alla pari, non me ne faceva passare una. Mi diceva: “Impegnati e vedrai che faremo bellissime cose”. Mi trattava come un adulto, non come una bambina.

Lo strumento musicale infatti, soprattutto per un adolescente, diventa parte di loro. E’ un oggetto importante di cui prendersi cura, e imparando a curare lui, imparano a curare se stessi, ad aver rispetto di se stessi.

pexels-photo-53901-largeDurante l’adolescenza sappiamo bene che il seguire le regole non è cosa facile, anzi. Spesso si cade in piccole guerre di “diritto” o si cerca in tutti i modi di fare l’opposto di ciò che il mondo adulto ci chiede, anche se sappiamo essere una richiesta di senso.

Lo strumento musicale impone anch’esso delle regole ma sono regole non dettate dal mondo adulto, bensì una condizione necessaria per ottenere un suono, una musica, e più avanti quel suono, quella musica.

Ecco che il ragazzo rispetta le regole del suonare e, senza saperlo, impara le regole sociali. Impara ad avere pazienza e ad impegnarsi per riuscire. Impara a prendersi cura di un oggetto che è qualcosa al di fuori di se stesso e impara dai propri errori per migliorarsi.
Suonando il ragazzo mette in atto una forte concentrazione, stimola la sua creatività e aumenta la sua autostima.

Per tutti questi motivi, lo strumento diviene un oggetto sacro, un compagno di viaggio. Un aiuto per i momenti difficili, colui che non gli dirà mai una bugia e sarà sempre pronto a sostenerlo.

Questa è la potenza degli strumenti musicali. Nascono per creare il bello e la bellezza ha regole da rispettare. Per ottenere questa bellezza sono tutti disposti a non cedere a compromessi, a mettere in atto tutto se stessi per raggiungere il suono. Quel suono.

NON CE LA FACCIO!

ragazza-seduta-sul-pavimento-di-legno_442-19323907Quante volte ho sentito le mie allieve di arpa pronunciare la frase: “Non ce la faccio”!
E quante volte ho visto bambini piangere o agitarsi perché non riuscivano a fare un movimento, a suonare uno strumento complicato?

Mi ritrovo a pensare: perché la usano così spesso? Perché il “non ce la faccio” è sempre più usato del “ce la faccio”?

Ancora non sono venuta a capo di questa cosa. Ma ho alcune teorie…

Probabilmente ha una grande influenza la società in cui viviamo ora, che ci insegna a essere vincenti, subito e senza ripensamenti. Uno deve nascere superman e affrontare tutto con grinta, volando tra i problemi, superandoli senza cadere mai. Superman non può permettersi prove ed errori, deve far tutto giusto al primo colpo. Ne vale della sopravvivenza del pianeta, mica si scherza! 😉

O forse è semplicemente il modo più semplice per affrontare un problema:

  1. c’è un problema
  2. io non ce la faccio
  3. il problema non è più mio

Che sia per un motivo o per l’altro una cosa è sicura e l’ho ritrovata in questa frase: “La convinzione di non essere capace rende incapaci”.

Dunque cosa possiamo fare noi insegnanti? Certamente essere sempre attenti alle nostre parole, ai nostri gesti, è di grande aiuto, ma il problema è che non basta recitare la parte della “persona che ti supporta”, bisogna crederci veramente. Altrimenti la nostra falsità viene percepita dal bambino.

Se sono convinta delle capacità innate di ognuno di loro, potrò dare il tempo, lo spazio e il modo di riuscire in quello che stanno provando. Se dentro di me non ho alcun dubbio che egli possa riuscire, troverò il modo di dargli l’occasione per farlo.

Senza questa convinzione interna sono sicura che nessuna “bella” parola e nessun gesto incoraggiante potranno mai aiutare i piccoli.

Ed ecco le mie due grandi convinzioni:

  1. potenzialmente ognuno di noi è in grado di fare qualsiasi cosa riesca ad immaginare
  2. siamo nati con la musica incorporata, fa parte di noi, quindi non c’è modo di sfuggirle

La prima convinzione mi aiuta con le mie allieve di arpa. Le guardo e penso che possono suonare qualsiasi cosa io gli proponga, possono raggiungere qualsiasi traguardo loro vogliano raggiungere.

La seconda convinzione mi aiuta con i bambini piccoli, anche moooolto piccoli e la metto in pratica nel “fare musica”. Perché è attraverso questo fare, questo sperimentare, questo vissuto del bello, del gioco, che il bambino può sentirsi libero di provare, cadere, rialzarsi e riprovare. Continuando a mettersi in gioco e cambiando così le sue convinzioni. Riuscendo, giocando, imparando a sentire che la musica fa parte del suo essere, che il ritmo ce l’ha nel sangue e la melodia nel corpo. 🙂

IL SILENZIO

La mia attenzione si rivolge al silenzio.
“Sei una musicista e non fai altro che parlare di silenzio! Possibile?”
Sì. Anzi, matematico.

Spesso, più di quanto vorrei, mi ritrovo in ambienti “inquinati acusticamente”. Esco per mangiare un boccone con amici e, immancabile, mi ritrovo a dover alzare il volume della voce per poter sovrastare quello della musica “ambient”. Spesso mi innervosisco, non riesco a concentrarmi sui discorsi, a volte senza nemmeno accorgermene. “Sei troppo uditiva” mi rispondono… Sarà per quello?

Esco per strada e sono bombardata di rumori che si intrecciano con i suoni: auto, urla, sirene, uccelli, foglie nel vento…
Entro in un negozio e persino le luci ronzano di continuo!
Sono a casa che scrivo questo articolo e… Il mio frigo! Zzzzzzzzzz… Dicono non ci sia rimedio, ahimè!

Ad ogni modo, ci avete mai fatto caso?

Personalmente sono sempre piuttosto attenta ai suoni che mi circondano, ma spesso mi dimentico di quale effetto abbiano sul mio corpo e sul mio stato emotivo.

Me ne sono ricordata durante la mia ultima settimana di vacanza. In un bellissimo borgo in Piemonte, in cui il suono più forte era il miagolio del gatto. E sapete cosa ho notato? Che il mio corpo ha mollato tutte le tensioni e, quasi immediatamente, mi sono ritrovata rilassata, moooolto rilassata.
Finalmente un luogo in cui sentivo persino il battito del mio cuore, un luogo in cui le voci erano misurate per non disturbare la quiete.

Dunque è il silenzio la cura contro lo stress?
Ho letto numerosi articoli, che impazzano sul web soprattutto all’inizio del periodo estivo, in cui si dice che il mare fa bene per il suo colore, per la sabbia sotto i piedi, e la montagna fa bene per il suo verde, per il contatto con la natura in mezzo al bosco.

Io sono giunta alla conclusione che entrambi fanno bene principalmente perché in questi luoghi predomina il SILENZIO. Ovvio non parlo di posti turistici in cui una spera di rilassarsi e invece…

Il grande assente del nostro tempo. Il silenzio.
Silenzio per il corpo significa non ricevere stimoli vibratori dall’esterno. Significa poter risuonare alla sua frequenza senza essere continuamente sballottato come una pallina da ping-pong. Significa poter respirare al nostro ritmo, camminare al nostro ritmo, vivere al nostro ritmo.

Ovviamente, dopo tutte queste riflessioni, il mio pensiero cade sui bambini.
Quanti stimoli ricevono senza esserne coscienti? Quanti suoni e rumori li avvolgono nella vita di tutti i giorni?
Non possiamo lamentarci se ci troviamo di fronte a generazioni che non riescono a concentrarsi, non riescono a fermarsi. Spesso non hanno avuto modo di conoscere una cosa per volta, di restare immobili a non fare niente.

Fortunatamente sono cresciuta in un periodo in cui la tecnologia non aveva ancora preso il sopravvento.
I miei giochi preferiti erano giochi in cui l’immaginazione riusciva a volare: bastava un pezzo di stoffa o una molletta per i panni. Facevo una cosa alla volta, non ero multitasking (al giorno d’oggi potrebbe essere un problema, vero?).

Perché non ricreare situazioni simili per i nostri bambini?
Momenti in cui non gli si chieda di fare mille cose insieme. Momenti in cui i suoni siano autentici e non artificiali. Momenti in cui i rumori diventino giochi e non frecce per colpire un bersaglio.
È ancora possibile, basta diventare coscienti di ciò che ci circonda e modificare le situazioni. Spesso significa più fatica ma ne vale la pena, non solo per loro.

Alcuni suggerimenti? Potranno sembrare banali ma spesso ce ne dimentichiamo perché sono troppo “semplici”:

– Cantate con loro, senza l’ausilio tecnologico. Solo voi, loro e la vostra voce, anche se è stonata.
– Portarteli in luoghi fuori dalla città, vicino al silenzio, per ricaricarli di energia.
– Se urlano, la risposta non deve essere un urlo, provate a controllare il tono della vostra voce.
– Abbracciateli e coccolateli, senza dire niente.
– Ascoltate le loro domande o i loro discorsi in silenzio, senza suggerire le parole o la fine della frase. Date a loro e a voi stessi il tempo.

Il tempo… Anche questo è un grande assente del nostro mondo. Ma queste sono altre riflessioni 😉

IL SUONO DELLE PAROLE

red-love-heart-old-medium

Le parole non sono codici convenzionali. Sono nate dall’uomo in ascolto del mondo. Descrivono ciò che rappresentano, ne evocano il significato tramite il suono.

Perché non provare ad insegnare ai bambini a leggere partendo da questo punto di vista? Certo, il percorso è più complesso e lungo forse ma è lo stesso percorso che fece l’uomo nella storia. Riuscirebbe a riempire di significato fonemi privi di significato.

Abbiamo tolto la musica dalle parole e insegniamo ai bambini  formule per unire fonemi “privi di significato”. Tante sillabe fanno una parola. La parole è solo un insieme di sillabe. Ne siamo sicuri?
Non riusciamo più a sentire che la parola ha un ritmo, ha accenti, ed è una totalità, non tanti frammenti posti insieme senza senso? Cosa ci ha staccato dal mondo del suono per confinarci nel solo mondo della vista?

Ritrovo queste riflessioni in un libro: “La poesia salva la vita” di Donatella Bisutti.
Vi riporto le sue riflessioni per poter riflettere sul mondo della parola e del suo legame con il suono e la musica.

p.s. Riflettere significa “volgere indietro”, rinviare, da parte di una superficie, un flusso di energia che la colpisce. Dunque, colpiti da questi nuovi pensieri sulla parola, siamo pronti a tornare indietro? 😉

“…anche le parole possono diventare oggetti. Non avere solo un significato, ma anche una forma, un colore, e magari anche un sapore o un modo di muoversi. Possono essere luminose o buie, lente o rapide.
Una parola come “raffica”, per esempio, è veloce e turbina, come un colpo di vento improvviso. E da cosa dipende? Da quelle f che soffiano.
Una parola come “chiara” è luminosa, per via di quella a che si spalancano ad accogliere la luce.
Una parola come “scuro” ha invece una u stretta in cui l’oscurità si insinua come in un vicolo dove non batte mai il sole.
E “buio”, che oltre alla u ha una i rapida, è una parola che scivola via, proprio come un’ombra nel buio di quel vicolo, fino a sparire nel cerchio di quella o che la chiude in fondo.
libroCosì ci sono parole veloci o lente, leggere o pesanti, tenere o aspre, carezzevoli o taglienti. Ci sono anche parole morbide o ruvide, lucide o opache, rigide o agili, scattanti o pigre. Questo succede se facciamo attenzione solo al loro suono, senza tener conto del significato.
Per via del loro suono, dunque, le parole possono essere usate come se fossero strumenti musicali, o pennelli, o un paio di mani, o la superficie della nostra pelle. Ce ne possiamo servire così come ci serviamo dei nostri cinque sensi, perfino usarle come una naso o come una lingua e passare così da una linguaParola a una parolaLingua: dove nasce infatti il linguaggio, prima di diventare scrittura, se non sulla punta della nostra lingua?
Ci sono parole “grasse”, che sono piene di o, e parole “magre” che sono piene di i. Parole “molli”, piene di l, p e a, e parole “dure”, piene di t, r e c. Parole “veloci”, con tante zz, s, tr e parole “lente”, piene di gn e nt.
Ma quello che è più strano è che le parole grasse indicano proprio un oggetto di forma rotonda o rotondeggiante quelle magra cose per lo più sottili e lunghe, quelle molli oggetti di una certa morbidezza, delicatezza o fragilità, e così via.
Scopriamo così che il suono può descrivere il significato di una parola. Per esempio il verbo “sballottare”: quella o, presa in mezzo fra le due l e le due t, non sembra di vederla andare su e giù, sobbalzare irregolarmente, come una palla fra due onde contrarie che la sospingono prima in un senso e poi in un altro?
E “stuzzicare” non sembra qualcosa che punge, per via di quelle due z e di quella i sottile? zz come una zanzara che da noia.
Mentre “arrabattarsi”, con quelle r e quelle t violente e faticose, non descrive bene qualcuno o qualcosa che è costretto con pena a volgersi e a sbattere qua e la?
Se prendiamo una parola come “raccattapalle”, la velocità con cui essa viene pronunciata, per via di tutte quelle c, quelle e quelle l, non fa “sentire” i colpi veloci della palla che rimbalza sul campo da tennis?
[…]Prendiamo per esempio la parola “farfalla”. Ci sono dentro quelle due f che sono un pò come due ali che la sostengono: e non sembra che tutta la parola voli proprio come una farfalla, alzandosi e abbassandosi un pò irregolarmente tra la prima f e la seconda f e battendo velocemente le ali per via di quelle due l?”

UN’ANTICA LEGGENDA SULL’ARPA

arpa-celtica2“Un’antica leggenda celtica narra la storia di Canoclach Mhor, una giovane dea, che aveva offerto se stessa e la propria bellezza all’uomo, affinché questi apprendesse l’amore.

Invano: l’uomo preferì a lei il potere e il mezzo per conquistarlo, ossia la guerra. Inutilmente la dea cercò di spiegare all’uomo che quella del potere non era la via giusta per la felicità. L’uomo la respinse ed ella, in lacrime, se ne uscì da un mondo che non aveva accettato l’amore.

Andò errando in preda al suo dolore e finalmente giunse alla riva del mare. Qui diede sfogo a tutto il suo tormento, che solo le onde potevano udire. Commosse, queste iniziarono col loro sussurrio a suggerire il sonno alla dea finché ella, tanto provata dal lungo pianto, non reclinò il capo sulla sabbia e, cullata da questo mormorio, si abbandonò ai suoi sogni. Già il sole aveva discretamente ceduto il palco del cielo alla luna, il cui canto si rifrangeva nei mille luccichii di stelle e tale canto era ora vicino, ora lontano, ora acuto, ora grave ma sempre di sconvolgente bellezza. Il vento poi, passando tra le onde, acuiva il tono di questa voce e ora lo rilassava in un registro più grave, ora lo rendeva sempre più nitido e cristallino, tanto che alla dea, ridestata da questo concerto marino, parve voce di conforto.

Il registro grave leniva il suo animo tormentato e afflitto, mentre quello acuto liberava in lei un dolce sorriso. Confortata da quest’ammaliante suono, la dea capì che doveva lasciare che l’uomo seguisse la propria via e che doveva esser pronta ad accoglierlo, allorché, deluso dagli stessi suoi vani tentativi, fosse ritornato da lei a cercare conforto.

tumblr_n94zs4Cgbv1re1snbo1_500Stava per andarsene, quando un ultimo saluto del vento portò le note del canto del mare contro la carcassa di una balena che, poco lontano, giaceva abbandonata dalla marea. Le ossa della balena, vibrando alla sollecitazione del vento, magicamente riproducevano l’esatto suono che la dea aveva udito nel suo tormento. Ella allora si avvicinò a quei miseri resti e disse: – Mia buona balena, tu che hai saputo ricordare al mio cuore il canto della luna, delle onde e del vento udito questa notte, non sei morta invano. Io, infatti, forgerò da te uno strumento che darà gloria alle tue ossa e che conforterà gli uomini nel loro cammino verso la felicità. –

Quindi, tirandole leggermente la mascella, la modellò; raccogliendone i nervi ed i tendini li tese, sì che producessero suoni diversi, acuti o gravi, secondo la lunghezza. In breve tempo tutte le corde avevano ricevuto il proprio suono ed ella, dopo averle saggiate tutte scoprendo la voce multiforme delle loro diverse altezze, riproduceva per loro tramite il dolce suono delle onde. Appoggiando poi al suo petto lo strumento così creato, gli trasmetteva le vibrazioni della sua anima, riempiendolo delle soavi armonie celesti.

Al mattino, lo strumento era qualcosa di vivo e vibrante e cantò la voce della dea e il suo canto d’amore per l’uomo. La dea chiamo lo strumento “Clarsach” che vuol dire “voce cristallina del cuore“.”

Tratto da “L’arpa di Lug” di Massimo Celegato

Dunque è per questo motivo che il suono dell’arpa ci arriva sempre come un tocco magico, misterioso, che ci culla e rasserena?
Se ci pensate, raramente il suono dell’arpa riesce a innervosirci o disturbarci. Lo dobbiamo quindi alla dea dell’amore? 😉

Forse non crediamo a questa leggenda ma una cosa è certa: l’arpa ha effetti positivi sul nostro stato d’animo. Personalmente penso che il motivo risieda nella sua grande cassa di risonanza che è appoggiata al corpo di chi la suona e che vibra nel corpo del musicista in primis e in quello degli ascoltatori poi.

Mi è capitato molto spesso di essere nervosa, triste o comunque di malumore e iniziare a suonare. E sempre, alla fine del brano o alla fine del pomeriggio di studio, il mio umore era cambiato. Musicoterapia, la chiamavo. Non sapevo ancora cosa significasse la risonanza corporea, l’effetto che i suoni hanno sul nostro corpo e di conseguenza sulle nostre emozioni, eppure mi rendevo conto che qualcosa cambiava.

Così succede a tutti i nuovi piccoli arpisti che si avvicinano a questo bellissimo strumento.
I bambini in particolare, sono molto più attenti, dicono che l’arpa gli “fa il solletico” alla pelle, oppure che “questi suoni bassi mi arrivano fino alla pancia!”. E ridono, e io rido con loro perché ogni volta mi stupisco della loro capacità di ascolto, della libertà che hanno nel corpo.
Il mio difficile compito è quello di non cambiare questo loro stato ma aiutarli a svilupparlo. Per loro, perché possano godersi i suoni e tutte le future musiche che riusciranno a interpretare e inventare, senza il peso del giudizio degli altri, senza il “dover riuscire bene”. Solo suonando.

Se ti interessano le LEZIONI DI ARPA clicca qui, la prima lezione è GRATUITA.

 

LA NASCITA DELLA PAROLA

paroleLa nascita della parola è un cammino che ci riporta indietro al tempo dei nostri antenati e ci fa riflettere sul suono, sulla voce e sulla musica.

Ogni suono pronunciato è la nostra personale musica. La nostra voce parla di noi.
Non pensiamola come semplice vibrazione di corde vocali. La voce nasce in un corpo che è prima di tutto uno strumento che risuona, vibra, si tende e si rilassa.
La voce non può nascondere le nostre emozioni. Dice agli altri come stiamo, se siamo tesi o rilassati, se abbiamo fretta, se siamo pensierosi, se siamo curiosi.
Come i nostri gesti parlano del nostro stato d’animo così fa la voce. La differenza è che la nostra voce vibra anche in chi ci ascolta.
Quante volte vi siete agitati di fronte ad una persona con un tono di voce acuto, teso e senza respiri? E quante altre volte invece vi siete sentiti cullati dal suono di una voce grave, risuonante e con respiri lunghi?
Se ci fermiamo a pensare abbiamo davvero un enorme potere in mano e spesso non lo sappiamo controllare.

No, perché le emozioni non chiedono il permesso. Loro divampano in noi senza chiedere, ci travolgono e ci fanno muovere nel mondo. Anche la persona più “controllata” della terra ci sta parlando del suo vissuto. I suoi silenzi o i suoi pochi gesti a volte parlano più di mille suoni. O sbaglio?

Dunque la voce è con noi sempre e da sempre.parola_bambino
Pensiamo ai nostri amici primitivi: come comunicavano se non con dei suoni vocali e gesti descrittivi?
E cosa esprimevano questi suoni? Stati d’animo, sicuramente, ma soprattutto descrivevano il mondo. La voce dunque diventa traduttrice di ciò che li circonda. All’inizio sono vocalizzi, poi onomatopee ed infine arriva lei: la parola.

La parola è nata per descrivere il mondo. Non è un codice convenzionale ma è frutto dell’ascolto, della connessione profonda e viscerale con i suoni del mondo. E’ la riproduzione di ciò che ci circonda.

Abbiamo la fortuna di vederla nascere, con lo stesso processo che c’è stato per i nostri antenati, nei bambini.
I bambini, tutti noi, per prima cosa osservano e ascoltano. I loro gridolii  e vocalizzi all’inizio esprimono le loro emozioni, il loro stato d’animo. Non sono fisiologici no. Ci parlano del loro vissuto e sono l’inizio, la prima goccia che sgorga dalla roccia e che ben presto formerà il fiume.

Le prime parole nascono per imitazione degli adulti e dei suoni che li circondano.

Ma la parola cos’è se non canto?
Pensiamo all’intonazione che diamo a seconda di ciò che vogliamo esprimere. Pensiamo al ritmo che hanno tutte le parole che, ci tengo a sottolineare, non è la scansione in sillabe. Il ritmo è la successione di accenti forti e piani che si formano nel linguaggio. Questi accenti non sono tutti uguali, non sempre.
La parola, il linguaggio, è fatto di silenzi, di pause, di durate. Non è forse musica questa?

lavagna02Perché allora ci ostiniamo a volerla insegnare come codice convenzionale? Come piccole sillabe senza senso unite in maniera uniforme e incolore.
Provate a parlare pensando a tutte le sillabe di ogni parola. Ciò che ne esce è una parlata robotica e persino essa non è priva di musica.
Ma perché non far sentire questa poesia ai bambini? Perché non cantare con loro, dargli il tempo di ascoltare, così che ognuno possa fare del proprio mondo interiore una melodia?

Questo è quello che succede durante i corsi in musica dedicati ai bambini piccoli e alle loro mamme.
Li chiamo corsi in musica perché essa è il filo che regge ogni cosa, ogni movimento, gesto, sguardo, respiro e ogni parola. Il canto ha un ruolo essenziale durante gli incontri. Esso aiuta i bambini durante la nascita del linguaggio e li accompagna alla scoperta del mondo con gioia!

 

IL GIROTONDO

girotondoIl canto e gioco del girotondo è comune ai paesi del mondo. Il girotondo viene utilizzato all’interno della famiglia, quando un bambino incomincia a voler camminare. Un bambino piccolo ritrova nel girotondo le emozioni già conosciute all’interno del grembo materno. I genitori ed i parenti più stretti compiono il girotondo con il bambino.

“Casca il mondo…”
Il “MONDO” del GIROTONDO è il MONDO degli AFFETTI attraverso il quale si sta strutturando la VISIONE del MONDO del bambino.
“Casca la terra…”
La “TERRA” è il terreno sul quale il bambino sta imparando a camminare.
“Tutti giù per terra!” è il momento nel quale tutti i familiari cadono con il bambino. Il bambino vede così festosamente e gioiosamente rispecchiato, nel cadere di tutti, il suo stesso cadere. Questo cadere, che coinvolge tutti, incita il bambino a rialzarci per ricadere fino a quando avrà superato le incertezze del principiante. Egli è al principio della sua vita. Egli non è lasciato solo, nelle sue cadute, nei suoi errori, nelle sue incertezze; egli è Gioiosamente sollecitato a rialzarsi perché un errore non comprometta il buon esito successivo. Il gioco del girotondo incoraggia il bambino a rialzarsi, proprio perché “tutti” sono caduti con lui. […] Nel gioco del girotondo l’errore del bambino (il non riuscire a reggersi a lungo in piedi) viene letto e corretto girotondonell’agire in gruppo. […] Con il bambino piccolo si ride e si canta perché si rialzi. Il bambino così diviene tenace nel suo rimettersi alla prova. […]

Tratto da: Dal suono al segno, Giulia Cremaschi Trovesi e Mira Verdina

Il gioco del girotondo è l’ultimo gioco che propongo ad ogni incontro in musica con i bambini. Lo uso per far capire che l’incontro sta finendo, che è l’ultimo momento da passare insieme in quel giorno. Ci si riunisce tutti, ci si tiene per mano, mamme e bambini, ci si guarda negli occhi e si ride cantando e girando per concludere nella gioia l’incontro.
“Ancora, ancora!”
I bambini non si fermerebbero mai! E noi adulti li assecondiamo, a volte con il fiatone, altre volte tornando anche noi entusiaste come i piccoli. “Casca la terra, tutti giù per terra!”.
E tutti vanno giù. Ci sono bimbi che non appoggiano nemmeno il sedere per terra perché sono già pronti per il prossimo giro. Eh no, tutti giù, giù il sedere! Si deve sentire la fatica di rialzarsi e riprovare. Altrimenti non vale!

 

COM’E’ NATA LA SCRITTURA MUSICALE

Oggi vorrei parlare di come è nata la scrittura musicale. Essa nasce dall’esigenza di tramandare le melodie dei canti devozionali cristiani.

Come molti di voi sapranno, fino circa al IX secolo i canti venivano tramandati mnemonicamente, senza l’aiuto di alcuna scrittura. Solo se conoscevi (quindi avevi già sentito) la melodia potevi cantarla, altrimenti non vi erano supporti.

NEUMI_CAMPO_APERTONel VIII secolo, osservando i movimenti del direttore del coro, alcuni monaci iniziarono ad annotare sopra al testo del canto alcuni segni di ascesa e discesa che vennero chiamati segni chironomici (dalla parola greca cheir, mano).

Questi segni aiutavano i cantori a capire se la voce doveva salire, fermarsi o scendere e agevolavano così la memorizzazione dei canti.

I gesti della mano del direttore difatti rispecchiavano ciò che realmente la voce faceva dentro al corpo: essa viaggiava nelle diverse cavità risonanti, dalle più gravi (la mano era verso il basso) alle più acute.

Ecco che i primi accenni di scrittura musicale sono nati dall’uomo in ascolto con il proprio corpo e con il mondo che lo circonda.

Da questi semplici segni si venne a poco a poco a sviluppare un sistema di segni chiamati neumi che indicavano uno o più suoni, riferiti alle note o alla nota che si doveva cantare.

Questi segni però avevano un limite: non facevano capire la distanza delle note ma solamente la loro ascesa o discesa. Vengono chiamati neumi in campo aperto perché non avevano riferimenti ma solo il compito di agevolare la memoria.CHIAVI_MUSICALI

Un passo avanti per la scrittura musicale si fece introducendo una o più linee che corrispondevano ad un determinato suono così che i neumi potessero essere scritti sopra o sotto a seconda della distanza dal suono di riferimento. I primi tre suoni di riferimento furono il DO il FA e il SOL, corrispondenti alle lettere C, F e G secondo la scrittura dell’epoca. L’evoluzione di queste lettere ha portato alla nascita delle nostre chiavi musicali.

Intorno al XI secolo furono infine introdotte 4 linee (tetragramma) e i neumi vennero scritti sulle linee o sugli spazi tra di loro. Iniziarono ad avere una forma quadrata e ad uniformarsi.

TETRAGRAMMAFu in questo secolo che un monaco di nome Guido D’Arezzo diede un nome alle note musicali e iniziò il percorso che portò alla nostra attuale scrittura musicale. Egli capì che per imparare un canto è necessario che i suoni siano incorporati nella memoria, ovvero che sia chiaro il movimento sonoro dei suoni all’interno del corpo.

Ispirandosi all’Inno di San Giovanni ottenne la scala musicale mettendo in fila la prima nota d’ogni strofa. Ad ogni nota corrispondeva la prima sillaba di ogni verso, da qui l’idea di dare a quella nota il nome della sillaba. Ecco il testo dell’inno:

UTqueant laxisINNO_SAN_GIOVANNI

REsonare fibris

MIra gestorum

FAmuli tuorum

SOLvi polluti

LAbii reatum

Sancte Joannes

 

Fino al 1600 le note furono chiamate: UT RE MI FA SOL LA. Il SI nacque dall’avvicinamento delle due lettere iniziali di Sancte Joannes, il verso che conclude il canto.

Nel 1600 UT venne chiamato DO, più facile da pronunciare. La proposta fu fatta da G.B. Doni e difatti si tratta della prima sillaba del suo cognome.

Ecco che questa scala, alla quale ogni suono corrispondeva un nome, divenne di grande utilità ed importanza nell’insegnamento perché aveva la funzione di modello fisso della successione dei toni e semitoni.

La bellezza di questo frammento di storia della musica è che niente di tutto ciò sarebbe potuto accadere se l’uomo non si fosse messo in ascolto del proprio corpo e non avesse sentito che i suoni “viaggiano” al suo interno facendolo vibrare come uno strumento musicale.

Riferimenti:

  • Nuova storia della musica – Riccardo Allorto
  • Il mio primo libro di musica – Paola Beltrami

Insegnare ai bambini a leggere e scrivere la musica ripercorrendo questo lungo viaggio è fondamentale per far si che rimanga impresso nella loro memoria.

Se ti interessa scoprire il corso di avviamento alla lettura e scrittura musicale che ho ideato per i bambini, visita la pagina di LE NOTE SONO OTTO.

IL RITMO DELLA VITA

DONNA_INCINTA

Cosa si intende per “ritmo della vita“? Io ho questa idea…

Immaginati ad occhi chiusi, avvolto in un liquido caldo e dondolante. Quello che percepisci è un ritmo, costante, sempre presente: tum tum – tum tum – tum tum…
Ogni tanto ne arriva un altro: pum pum – pum pum – pum pum…più grave, più pesante…il pum di un passo che percorre il mondo.
Gorgoglii, cascate, trombette, rumori strani e poi lei, quella voce, quella che riconoscerai in mezzo a mille per il resto della vita, sta parlando di te, ora canta per te. E’ un canto che ti entra nel corpo, ti avvolge e ti protegge. Ci sono altri suoni che attraversano il tuo involucro e arrivano come massaggi sulla tua pelle delicata e sulle tue piccole ossa.
A volte ci sono rumori bruschi che ti spaventano, altre volte suoni delicati ma decisi, che entrano dentro di te e ti fanno vibrare, muovere, stirare!
Poi, ad un certo punto, qualcosa ti fa muovere e in fretta e furia cambi ambiente! Quanta luce, che succede? Dov’è il mio riparo? Dove sono tutti i suoni che sentivo sul mio corpo? Cos’è questo improvviso silenzio?

Avete capito di cosa sto parlando? Ecco cosa abbiamo vissuto tutti quanti nei nove mesi di gravidanza nel grembo materno: ritmo e suoni sul nostro corpo, sulla nostra pelle.Mothers And Babies At Music Group
Se ci pensate, l’orecchio si forma al quinto mese ed è il primo organo totalmente formato del feto, ma il bimbo ascolta già da prima.
Si, perché ascoltare non significa solo udire con l’orecchio. Ascoltare coinvolge tutto il corpo, le onde vibratorie dei suoni vibrano in noi appena vengono in contatto con le nostre casse di risonanza.
I bambini sono ancora molto legati alle sensazioni del grembo materno, nascono con questo bagaglio di conoscenze, nascono con il ritmo impresso nel corpo, incorporato. Sanno ascoltare con tutto se stessi.
Ecco perché giocare con i suoni per loro è così naturale! Siamo noi adulti che crescendo ci siamo dimenticati di saper ascoltare, cantare e ballare a ritmo. Ma loro no, loro se lo ricordano bene, ricordano ancora il grembo materno e i suoi suoni, e lo dimostrano ad ogni gioco musicale gli si propone.

Fotos Gymboree Mundo (61)Il mio compito quindi quale sarà?
Offrire delle opportunità, mettere a disposizione strumenti e lasciare spazio alla loro creatività, al loro tempo e al loro gioco. Guidarli, senza forzarli, prenderli per mano e scoprire con loro questo mondo di suoni, di ritmi e giochi che si possono creare con il corpo e con gli oggetti. La parola Gioco ha la stessa radice della parola Gioia. Immergersi nel gioco con loro significa divertirsi con loro, scherzare, ascoltare, ammettere i propri errori e lasciare la mente aperta alla scoperta di nuovi modi possibili di suonare, ballare, correre, saltare!

Nel mio lavoro con questi piccoli maestri cerco sempre di tenere in mente queste parole:
“E’ vero maestro non colui che ti dice qual è la strada da percorrere, ma colui che ti apre gli occhi e ti fa vedere le tante strade sulle quali tu puoi liberamente inoltrarti”*

*Gianfranco Zavalloni

L’ARTE DELLA LENTEZZA

Ho buttato un sasso nello stagno della fretta. Gianfranco Zavalloniboy-477013_640

I bambini piccoli sono grandi maestri di lentezza.
Si incantano a guardare un paesaggio, ascoltano intensamente una melodia, riflettono con calma sulla risposta.
Hanno un ritmo tutto loro. E’ un ritmo lento, di scoperta, osservazione, tentativi ed errori.

Noi adulti li guardiamo e pensiamo che stiano perdendo tempo. Invece ne guadagnano perché assaporano fino in fondo ogni attimo.
Durante i miei corsi li guardo, senza dire niente, come prendono uno strumento, quanto sono concentrati, e subito mi rendo conto che mi sono fermata anch’io, che sto rallentando, sto assaporando anch’io la lentezza.
La mia mente si calma, il mio respiro è più lento. Li osservo e mi godo lo spettacolo.

nature-sunset-person-womanCapita che loro non si accorgano di niente, capita invece che si sentano osservati, volgono lo sguardo, ed è uno sguardo complice, mi invitano a giocare con loro, mi danno il permesso.
Il gioco è l’arte del qui ed ora, se senti lo scorrere del tempo significa che non stai giocando. Si può dire che è l’arte della lentezza. Non si può giocare di fretta!

Quante volte mettiamo fretta ai nostri bimbi?
Impostiamo ritmi che non sono i loro, facciamo le cose al posto loro perché siamo più veloci, ci sostituiamo in quegli atti che per loro sono scoperte: mettersi una maglietta, allacciarsi le scarpe, salire le scale….o scegliere uno strumento da un cesto pieno di giochi.

Con noi durante gli incontri ci sono sempre le mamme, dico loro di attendere, non c’è fretta, assaporiamo la lentezza. Anche l’azione di scegliere in un cesto lo strumento giusto, è un atto di crescita. Sta confrontando i suoni, le forme, capisce come si manipolano, quanto pesano, se gli servono una o due mani per farli suonare…esplora e cresce.
Con i suoi tempi.

LA PRATICA MUSICALE

La pratica musicale la impari con il tempo. Con tentativi ed errori capisci qual’è il metodo di studio più efficace per il tuo strumento. Alcuni suggerimenti però ti possono arrivare dagli insegnanti o dai grandi musicisti.
Piccole perle di saggezza direi….o di chi ne ha passate più di te!
Mi è capitato sotto mano questo articolo di una grande arpista e insegnate ed ho pensato di fare un piccolo regalo per le mie allieve di arpa, e per tutti coloro che studiano uno strumento, traducendolo qui di seguito.
Personalmente negli anni ho messo in pratica i suoi consigli e mi sono stati davvero utili.

Tratto dal libro di Judith Liber “A Method for Harp”.*

girl-763276_640PRIMA DI INIZIARE A STUDIARE

1. Non iniziare mai lo studio come inizi qualsiasi altro lavoro! Prenditi un momento per concentrarti. Rilassati, fai stretching e respira. Svuota la mente. Concentrati su qualcosa di distante o molto vicino eliminando ogni emozione e attività mentale. Può suonare strano ma in realtà lo si può fare tranquillamente. La pratica è molto più che allenamento di dita e salti mortali.

2. Ricordati sempre di accordare il tuo strumento prima di iniziare: uno strumento scordato non aiuta il tuo orecchio!

3. Inizia sempre con esercizi di riscaldamento. Riscaldate le dita LENTAMENTE. Ascolta la qualità del suono e cerca sempre di migliorarlo, non avere fretta. Porta attenzione all’articolazione delle dita e al rilassamento corporeo. Respira! E’ un momento importante per rendersi consapevoli della propria relazione con lo strumento prima di iniziare a studiare.

LO STUDIO PER I PRINCIPIANTI (e i loro genitori)

1. Bisogna studiare con regolarità quotidianamente. Lo studio dovrebbe essere fissato in un momento della giornata in cui non sei troppo stanco. All’inizio si può cominciare con 15 minuti, tutti i giorni, fino ad arrivare anche a ore. La pratica giornaliera è molto importante, è un allenamento mentale e fisico. Immagina di mangiare solo due volte a settimana e che in questi due giorni devi riuscire a ricaricarti di tutti gli altri persi. Non funzionerebbe e presto ti ammaleresti e saresti triste. Così è per gli strumenti musicali. La regolarità ti porterà più lontano e più velocemente.

2. Chiedi al tuo insegnante di suonare per te. Guarda le sue mani, come si muovono, controlla il suo respiro. Sarà molto più semplice imparare brani già ascoltati dal tuo insegnante.

3. Dividi il tuo tempo di studio in base a quello che hai da fare. Non studiare mai tutto da capo a fine. Cerca di fare qualche progresso, ogni giorno. Ricordati di ripassare quello che hai studiato ieri prima di continuare con il programma. Sarà divertente vedere quanto velocemente ti tornerà in mente quello che hai studiato bene il giorno prima. Studiare è come costruire una casa: un mattone dopo l’altro faranno i muri.music-780588_640

4. Contare il tempo ad alta voce può aiutare a risolvere passaggi ritmici difficili. Il nostro caro amico metronomo dovrebbe essere considerato con un occhio di riguardo, è un grande aiuto in tutte le situazioni.

5. Cerca di finire lo studio con un senso di soddisfazione per il lavoro svolto.

6. Ogni tanto, chiedi ai tuoi familiari o amici di ascoltare i brani che stai studiando, facendo loro delle piccole performance. Suonare in pubblico, anche se piccolo pubblico, aiuta a capire dove migliorarci oltre ad essere molto soddisfacente sia per noi che per gli ascoltatori!

LO STUDIO PER I PIÚ ESPERTI

1. Prima di iniziare un nuovo brano controlla bene in che tonalità sei, il tempo, il ritmo, le dinamiche e cerca di farti una prima idea dell’andamento del brano. Prova a trovare il tema del brano, suona alcune note ma tralascia le parti difficili. Dopodichè inizia lo studio LENTAMENTE e stando molto attento al suono che produci.

2. Non avere fretta, non porta da nessuna parte. Scegli piccole sezioni del brano. Perfezionale con molta attenzione delle note, del ritmo e delle dinamiche, prima di continuare verso un’altra piccola sezione. Dopo che le prime due sezioni saranno perfezionate, prova ad unirle, portando l’esecuzione ad un livello fluente prima di passare alla successiva.

3. Studia i passaggi difficili all’inizio della pratica quotidiana, quando sei ancora fresco.

4. Tenete i brani preferite verso la fine, quando avrete bisogno di sollievo.

5. Non lasciare errori non corretti, altrimenti te li porterai sempre dietro durante le performance.

6. Impara a non fare false partenze: prima di iniziare, canta mentalmente la prima riga del brano.

cropped-harp-lessons-music-weddings17. Focalizzati sui campi minati: isola le parti difficili e concentrati su piccole parti alla volta.

8. Sii consapevole del perché vuoi ripetere un passaggio, cosa vuoi migliorare?

9. Non presumere che i passaggi lenti e piano siano meno difficili di quelli forti e veloci.

10. Se non sei più in grado di concentrarti: fermati! Fai un giro per la casa, qualche respirazione e esercizi di stretching per continuare poi rinfrescato.

11. Se ne hai la possibilità, registra alla fine dello studio i passaggi studiati. Nel riascoltarli probabilmente noterai passaggi che vuoi migliorare o semplicemente ti sentirai fiero del lavoro svolto!

*conosciuta come una delle più grandi arpiste orchestrali al mondo

TI INTERESSA LO STUDIO DELL’ARPA? VIENI A FARE UNA LEZIONE GRATUITA DI PROVA: CONTATTAMI.

ASCOLTARE CON IL CORPO

ascolto_corpoChe cos’è il suono e cosa significa ascoltare?
I suoni non vengono percepiti solo dall’orecchio. Cosa succede al nostro corpo quando ascoltiamo? Siamo davvero consapevoli di ciò che accade?…CONTINUA A LEGGERE NEL BLOG D-MUSIC

Da Ottobre 2015 inizia l’appuntamento mensile con il corso MUSIC & ART, dedicato agli adulti che vogliono prendersi un momento per ascoltare il proprio corpo e le proprie emozioni.Eventbrite - MUSIC & ART - Per adulti stanchi di andare di fretta
alle serate!

LA MUSICA E’ DENTRO DI NOI

come-organizzare-un-laboratorio-musicale-per-bambini_4cbd8a8ee61de58a15e27cd88c2fb254La musica è dentro di noi ancora prima della nostra nascita. La vera novità della nascita, in realtà, è il silenzio. Partendo da questo concetto non si può fare a meno di pensare che tutti noi siamo portati per la musica, ce l’abbiamo nella pelle, nella memoria…e quando sembra di essere lontano da lei, basterebbe ascoltarsi e ricordare…CONTINUA A LEGGERE NEL BLOG D-MUSIC

STUDIARE UNO STRUMENTO FA BENE?

bambino-che-suona-la-trombaCosa comporta lo studio della musica e di uno strumento per i nostri bambini? Quali vantaggi può dare alla loro crescita personale?
La musica viene spesso considerata solo come uno svago ma in realtà offre la possibilità di mettere in atto numerose potenzialità….CONTINUA A LEGGERE NEL BLOG D-MUSIC